Durante una riunione di famiglia, mia madre batté il pugno sul tavolo. “Guarda tua sorella! Ci manda 4.000 dollari al mese! Che donna ingrata!”

In quelle prime settimane, continuava a ringraziarmi.
“Ci hai salvato, Mara”, disse, con quella voce che io interpretai come sincera. “Non lo dimenticherò mai”.
Ma a poco a poco, il tono dei miei genitori cambiò. I loro cortesi ringraziamenti per i biglietti di auguri che avevo inviato loro lasciarono il posto a lodi smisurate per Sena.
“Tua sorella è così generosa”, esclamò mia madre.
“Ci è di grande aiuto”, aggiunse mio padre.
“Siamo così orgogliosi di lei”.

Lasciai perdere. Forse avevano frainteso la provenienza dei soldi. Non avevo bisogno di applausi. Aiutare la mia famiglia non aveva nulla a che fare con il prestito.

Ma quella cena cambiò tutto. Le parole di mia madre non erano espressioni di gratitudine, ma accuse camuffate da complimenti. Da un giorno all’altro, mi ritrovai a essere la figlia “ingrata”. E Sena lasciò che accadesse. Lasciò che la mia gentilezza si ritorcesse contro di me.

Dopo cena, tornai a casa in macchina, come in sogno. Il mio telefono vibrò: un messaggio da Sena.

Mi dispiace per quello che ho detto prima. La mamma non ha capito tutti i dettagli. Non complicare troppo la situazione.

Non fare storie.
Era il suo avvertimento in codice.
Il suo modo di dire: “Stai zitto. Non farmi la spia”.

L’ho letto due volte, con la rabbia che ribolliva dentro di me come una marea che si alzava lentamente. Poi l’ho cancellato.
Quella notte non riuscivo a dormire. Invece, rivivevo i ricordi dell’anno passato più e più volte, ogni momento innocente che si trasformava in oscurità. Le volte in cui aveva “preso in prestito” il mio portatile. La volta in cui mi aveva chiesto la password della banca per “ricontrollare” il bonifico. Le sue rassicurazioni informali:

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