Ho aspettato.
Passò un mese. Poi mio padre chiamò, con voce preoccupata.
“Mara,” iniziò, “tua sorella dice che ha problemi finanziari. Non è riuscita a trasferire nulla questo mese. Sai cosa sta succedendo?”
Sorrisi tra me e me. “No, papà. Non gli ho parlato. Forse dovresti chiederglielo tu stesso.”
Dopo due mesi, la mia preoccupazione cominciò a farsi sentire. I miei genitori chiamarono di nuovo: Sena si era inventata una storia; un cliente non l’aveva pagata. Dopo tre mesi, anche Sena iniziò a perdere il controllo. Chiamava in continuazione. Mandava messaggi. Lasciava messaggi vocali disperati, pieni di scuse e disperazione.
Ho fatto un errore, ok? Ne avevo solo bisogno.
Ti ripagherò, te lo prometto.
Per favore, Mara, non dirglielo. Li distruggeresti.
Ma il mio silenzio era ormai deliberato. Non reagii. La lasciai subire le conseguenze delle sue azioni.
Tre mesi dopo la sospensione dei pagamenti, i miei genitori ci convocarono di nuovo per una “riunione di famiglia”. Stessa cena, stessa atmosfera tesa, ma questa volta la loro rabbia non era rivolta a me.
“Abbiamo visto i tuoi estratti conto!” urlò mio padre. Stava frugando nella sua posta. “Hai affermato che i soldi provenivano dalla tua azienda. Hai usato il conto di Mara per tutto questo tempo!”
Sena crollò. “Io… io volevo chiarire le cose. Io…”
Intervenni senza esitazione. “Papà. Mamma. Lascia che sia lei a spiegare.”
Mi guardò con occhi imploranti. Si aspettava che la salvassi, come avevo sempre fatto.
Lo guardai dritto negli occhi e dissi con voce calma ma determinata: “I pagamenti si sono interrotti non appena ho cambiato banca. È strano, vero?”
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